Note sullo sfruttamento della prostituzione
alla luce della decisione del Questore di Perugia
di denunciare i "clienti" delle prostitute.

dell'avv. Carlo Alberto Zaina

 

 

Ha suscitato interesse e scalpore la decisione, riportata dai maggiori media, del Questore di Perugia di procedere alla denuncia dei "clienti" delle prostitute, equiparando, in pratica, la loro condotta a quella di coloro, i quali sfruttino o favoriscano il fenomeno del mercimonio.

E’ difficile dare una completa ed analitica valutazione di tale scelta, sul piano squisitamente giuridico, soprattutto avendo riguardo alla fondatezza o meno degli assunti accusatori, vuoi per la sommarietà della notizia, vuoi, altresì, perchè ciò che si commenta non è un provvedimento di natura giurisdizionale, e come tale, suscettivo di motivazione.

E’, però, certo, che si tratti, quanto meno, di un tentativo estemporaneo di affrontare una tematica più complessiva, more solito, sul piano strettamente emergenziale, atteso che in tema di lotta allo sfruttamento della prostituzione sia il legislatore, che la stessa giurisprudenza hanno fornito risposte del tutto indeguate ed elusive il problema.

Non può non rilevarsi, infatti, che la scelta degli organi di polizia di Perugia (autonoma o concertata con la competente Procura della Repubblica non importa). in realtà, attesta la disperata necessità di veri strumenti normativi, che evitino il ricorso a ricette giuridiche"fai da te", unico mezzo cui attingere, in assenza di un progetto più ampio che coinvolga in una radicale modifica la legge Merlin, che, è ormai provato, per stessa ammissione anche degli ambienti più integralisti, ha provocato più danni che risultati positivi.

Tornando all’aspetto più squisitamente giuridico si deve osservare:

1) l’equiparazione del "cliente" al protettore, in punto a 5responsabilità penale, appare più una forzatura propagandistica (sul teorico piano deterrente), che una ipotesi realisticamente praticabile.

Le due condotte (sia materialmente, che psicologicamente) appaiono sul piano naturalistico e su quello ontologico, del tutto diverse tra loro.

Nessuna delle otto ipotesi di cui all’art. 3 L. 75/58 prevede assolutamente la possibilità che il "cliente" possa a qualsivoglia titolo venir indagato.

Neppure la lettera del n. 8) del citato art. 3, che recita: "chiunque a qualsiasi titolo favorisca o sfrutti la prostituzione altrui" può venir, nonostante il suo carattere di assoluta genericità precettiva (ed il rischio di palese incostituzionalità), applicato all’ipotesi ventilata.

2) Sul piano strettamente penale, che è l’ambito che ci interessa, giacchè ben altro e diverso deve essere il giudizio sul piano etico, non è affatto possibile assimilare la condotta del fruitore le prestazioni sessuali, nè con il favoreggiatore, nè, tanto meno, con lo sfruttatore.

La ratio del favoreggiamento attiene alla "struttura organizzativa" che sottende alla attività esercitata dalla prostituta. Molte volte tale ruolo si confonde e sovrappone con quello dello sfruttatore.

Volendo, però, operare una distinzione fra le due condotte, non è revocabile in dubbio, che essa coinvolga chi e coloro che si limitino a fornire supporti, strumenti ed ausilio alla prestazione od all’offerta della prostituzione, senza necessariamente esercitare quel più spiccato controllo e soggezione personale ed economica che integra lo sfruttamento vero e proprio.

Così chi fornisca l’interessata di profilattici, chi le consenta l’uso di immobili o locali ove esercitare la prostituzione, chi accompagni o prelevi al lavoro la prostituta, chi la controlli durante tale attività, chi le fornisca telefoni cellulari per mantenere contatti e via dicendo, può esser accusato di favoreggiamento.

3) Ancor più evidente è la differenza con lo sfruttatore.

Questi è personaggio che trae il vantaggio della turpe attività, esercitando quel potere di controllo, spesso per il tramite di gravi violenze, e che fruendo di tale illecita posizione dominante, è il terminale economico dell’attività, essendo la figura che incamera (direttamente o indirettamente) i proventi dell’altrui attività.

E’ tutt’altro che raro che il protettore sia lo stesso individuo che importa le ragazze da paesi stranieri, che le attiri con menzogne e false promesse, che le segreghi, infine, facendole soggiacere al suo volere, riducendole anche, in casi estremi, in schiavitù.

Tutto questo insieme di condotte non può venir ascritto in alcun modo all’individuo che decida di fruire della prestazione della prostituta.

Al "cliente", perchè questi possa essere soggetto di indagine o, indi, per essere destinatario di un giudizio di responsabilità penale, deve poter esse contestata sul piano psicologico una condotta tesa a rafforzare l’insieme degli elementi sopra ricordati, od anche una solo di questi.

Si tratta di una prova, francamente, impossibile da raggiungere, anche perchè il dolo richiesto per la punibilità del reato in oggetto non appartiene certamente al modo di pensare del cliente, che si rapporta in ben altra maniera con la prostituta.

4) Si legge che il delitto ipotizzato dagli inquirenti sarebbe quello di "agevolazione dolosa della prostituzione".

Scorrendo l’art. 3 della citata legge, l’unica previsione che possa in qualche modo integrare questa tesi sarebbe quella di cui al citato n. 8).

Francamente le osservazioni sin qui svolte portano a ribadire i già avanzati dubbi di genericità di una previsione eminentemente residuale, rispetto alle sette precedenti; ma, soprattutto, al di là di tali dubbi, la norma in questione fa esplicito riferimento alle condotte di favoreggiamento e sfruttamento.

Escluso a priori lo sfruttamento, è, a parere di chi scrive, assai arduo considerare il cd. "utente finale" come un soggetto che apporti un contributo concausale teso a favorire la prostituzione.

Pare di capire che il ragionamento sotteso potrebbe essere quello di nautra squisitamente mercantile, in base a quale la cessazione della richiesta di illecite prestazioni, farebbe crollare il mercato dell’offerta delle stesse.

Se questo dovesse essere il pensiero degli inquirenti, sia consentito essere piuttosto scettici sulla sua fondatezza e sulle concrete possibilità di positivo risultato.

Si dimentica, infatti, che la prostituzione esiste a prescindere dalla richiesta di "sesso a buon mercato".

Soprattutto, a parere dello scrivente, si confonde il piano etico (sul quale non vi possono esser dubbi e differenze di posizione) e quello penale, che postula, invece, non solo una astratta antigiuridicità di comportamenti, ma anche una rispondenza degli stessi allo stereotipo legislativo nonchè la presenza di un elemento psicologico, che la norma disegni a priori.

5) La scelta che si esamina diviene estremamente seria, laddove, oltre alla contestazione di cui all’art. 3, gli organi inquirenti giungano anche a ritenere sussistente una della aggravanti di cui al successivo art. 4 L. 75/58.

Si potrà obbiettare che talune delle stesse hanno natura soggettiva, e che il paracadute fornito dall’art. 59 co. 2° cp, ben può essere applicato in concreto.

Tale obbiezione, peraltro, peccherebbe di superficialità, posto che riguarda un giudizio ex post, che si forma spesso in una fase successiva, quale può esser quella o dell’udienza preliminare o del dibattimento.

Nulla impedirebbe, per il tramite di una contestazione apparentemente corretta con un giudizio ex ante, di arrestare un cliente, non solo come già può avvenire per l’ipotesi semplice dell’art. 3, ma addirittura, in forza ad esempio dell’aggravante dell’art. 4 n. 7 bis, che si riferisce alla persona tossicodipendente.

Non dimentichiamo mai che la prostituzione non si esercita solo per la strada, e che i tossicodipendenti non sono solo gli assuntori di eroina, tristemente ben individuabili.

Sicchè deve esprimersi molta perplessità per questa scelta, che per quanto pubblicizzata e meritevole di rispetto, quanto meno per lo sforzo di ingegnarsi di chi l’ha concepita, non può avere condivisione giuridica.

6) Da ultimo si osserva che il fenomeno della prostituzione sinora ad ora è stato affrontato solo con paliativi e spinte emozionali.

a) La prostituzione non si combatte con gli slogan o le fiaccolate. Senza voler criminalizzare alcuno, non si può notare la stranezza del fatto che la legge persegue una condotta di fiancheggiamento e sfruttamento di una attività, non considerata penalmente illecita.

La stessa situazione si avrebbe se venisse punito chi produce o favorisce lo spaccio di stupefacenti, mentre fosse ritenuta irrilevante penalmente proprio quest’ultima condotta.

Non è certo rendendo reato la prostituzione che il fenomeno cesserà.

Il vero problema attiene al recupero del controllo del territorio da parte degli enti amministrativi e delle forze dell’ordine, con una attenta verifica di coloro che entrano nel nostro paese, visto che il fenomeno è chiaramente in mani straniere.

Gli stessi permessi di soggiorno premiali destinati a quelle ragazze che escano dal turpe giro e denuncino i loro sfruttatori sono stati enfatizzati oltremodo.

L’esperienza professionale e giudiziaria quotidiana insegna che troppe volte ci si è trovati dinanzi a persone che pur di avere un permesso di soggiorno nel nostro paese, che diversamente mai avrebbero conseguito, hanno collaborato con le forze dell’ordine, denunciando anche chicchessia, non solo i veri responsabili.

Spesso, poi, una volta terminata la collaborazione hanno ripreso la loro attività, magari sostituendo i denunciati arrestati.

E’ quindi necessario ripensare molto più articolatamente il problema, non delegando la soluzione alla buona volontà di organi deputati a ben altri incarichi.

b) Nessuno si scandalizza se pagine e pagine di quotidiani anche di primaria importanza nel paese presentano inserzioni pubblicitarie, piuttosto esplicite in ordine alle prestazioni offerte (non è necessario esser un maniaco per comprendere il significato delle stesse), con riferimenti, numeri di telefono ed indirizzi.

Non risulta che nessun procedimento per agevolazione dolosa sia stata mai aperto in simili casi, eppure parrebbe di essere in presenza di un palese offerta di prestazioni illecite, da parificarsi a quelle che avvengono sotto gli occhi di tutti.

Non risulta che nessuno si sia scandalizzato per questo tipo di mercato, che muove una colossale montagna di danaro.

Forse che la pubblicità, quale anima del progresso, goda dell’impunità, che ad altri viene negata ?